PSICOTRAPPOLE GENITORIALI

PSICOTRAPPOLE GENITORIALI

Il ruolo di genitore è una delle funzioni più difficili da svolgere perché richiede un’enorme pazienza e una continua flessibilità. Il genitore è come un funambolo che costantemente deve camminare lungo una corda tesa e sospesa nel vuoto: se si irriggidisce, perde l’equilibrio e cade; se invece riesce ad essere flessibile, oscillando da una parte all’altra, perdendo l’equilibrio per poi riprenderlo, riesce a rimanere in piedi e camminare lungo la corda tesa.

Quando parlo di flessibilità genitoriale come una delle caratteristiche principali del genitore, non intendo dire che il genitore deve essere morbido, antigerarchico, permissivo nei confronti del proprio figlio. Anzi, mai dimenticare che il ruolo genitoriale è gerarchico, verticale, mai orizzontale. Quando parlo di flessibilità mi riferisco alla capacità del genitore di cambiare posizione in base alla situazione che ha di fronte e in virtù dell’obiettivo da raggiungere. La flessibilità è la capacità di trovare soluzioni diverse da quelle solitamente messe in atto e sospendere quelle che in quel momento non funzionano.

L’assunto di base è che non esiste il genitore perfetto, ma si può lavorare affinché diventi abile nel riconoscere le proprie psicotrappole e nell’attuare soluzioni differenti da quelle adottate usualmente, che non funzionano o non funzionano più.

Per risolvere alcune difficoltà dei figli e per migliorare l’interazione, spesso è sufficiente conoscere ed essere in grado di interrompere quelle soluzioni disfunzionali che sono frutto delle psicotrappole nelle quali incappano i genitori.

Quando, invece, una difficoltà del figlio diventa un problema, invalidando il sistema familiare, allora è necessario richiedere l’aiuto di uno specialista che aiuti a trovare la miglior strategia per quello specifico problema.

Alcune psicotrappole nelle quali frequentemente cadono i genitori sono:

1) CONCENTRARSI SUL PROBLEMA E PARLARNE

Ogni volta che ci si concentra su una difficoltà o su problema e se ne parla, si perde di vista tutto il resto. E’ come puntare la luce su un solo aspetto, rendendo buio tutto il contorno. Questo, non solo non permette di vedere il positivo che c’è intorno, ma conduce a un altro devastante effetto: più ci si concentra sul problema e se ne parla e più quel problema si ingigantisce.

2) RICERCARE LE CAUSE

Di fronte a una difficoltà o un problema, tendenzialmente, si va a ricercare le cause di quella situazione. Questo perché, dal secolo scorso, ci è stato riferito che trovare la causa aiuta a trovare la soluzione.

Niente di più sbagliato! Trovare la causa di un problema e domandarsi perché sia emerso non solo non aiuta, ma non fornisce la soluzione a quel problema. Piuttosto che chiedersi perché, è necessario chiedersi COME funziona quel problema per individuare la strategia più idonea e intervenire.

3) ETICHETTARE (ESSERE VS AVERE)

C’è la malsana abitudine ad affermare: “il bambino E’ (pestifero, buono, timoroso etc.)”, piuttosto che dire “il bambino HA un comportamento da (pestifero, buono, timoroso, etc.)”. Questo modo di dire e fare genera etichette che diventano fortemente discriminanti. Ogni etichetta determina una profezia che si autoavvera: il solo fatto che una caratteristica è stata pronunciata, la rende vera. Questo porterà il soggetto etichettato a comportarsi in modo coerente con l’epiteto attrubuitogli e condurrà gli altri a reagire in modo congruente alla credenza.

Quando si afferma che un bambino è in un certo modo, gli si preclude la possibilità di avere un comportamento diverso da ciò che gli appartiene (secondo l’etichetta). Pertanto, il bambino si comporterà in modo tale da confermare quella credenza genitoriale e i genitori, a loro volta, saranno più sensibili a quel comportamento e reagiranno coerentemente con la loro percezione.

E’ necessario stare molto attenti a porre etichette, soprattutto nei bambini, perché si rischia di rendere vero ciò che è stato solo pronunciato e profetizzato.

4) ABITUDINE A RIPETERE

L’abitudine a ripetere consiste nel mettere in atto ripetutamente soluzioni che hanno funzionato in passato o che hanno funzionato con un altro tipo di problema (o con un altro figlio), ma che ora non funzionano più.

Quando una soluzione non funziona più, il genitore deve essere in grado di cambiare strategia, altrimenti finirà come il mulo lungo la via di montagna che trovando un tronco davanti a sé che gli impediva di passare, iniziò a spingere con la stessa il grosso tronco per passare e, tentando e ritentando dando violenti testate, arrivò a morire spaccandosi la testa.

Il genitore non deve comportarsi come il mulo, intensificando gli sforzi se una soluzione non funziona, piuttosto deve essere pronto a cambiare strategia.

Quando le cose non funzionano, è utile: fermarsi, osservare come sta funzionando il problema, analizzare le soluzioni che si stanno mettendo in atto, abbandonare quelle che non funzionano ed essere pronti a cambiare strategia.

5) ATTEGGIAMENTI DISCORDANTI TRA GENITORI

Un’altra psicotrappola frequente nella quale inciampano i genitori è avere atteggiamenti diversi, a volte opposti. Il figlio deve avere di fronte a sé genitori che sono alleati, altrimenti andrà alla ricerca di chi gli dirà di sì per ottenere vantaggi.

Anche nel caso di genitori separati, è necessario utilizzare le stesse strategie, non avere atteggiamenti discordanti nell’educare il figlio e agire alleati ai suoi occhi.

Al di là delle varie psicotrappole genitoriali, è indispensabile ricordare che la famiglia è un sistema costituito da più elementi. Proprio come un sistema, ciò che la rende unica è l’interazione tra gli elementi, non la somma di essi. Come dire, il tutto è più della somma delle parti.

Pertanto, non è il genitore o il figlio a creare difficoltà o problemi, ma la loro interazione.

A questo riguardo, ricordo le parole di Andrea Fiorenza:

“Non ci sono bambini cattivi o genitori incapaci, ma solo interazioni disfunzionali”

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